a cura di Nicola Cavalli
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Pubblicato in editoria multimediale
Posto qui di seguito alcuni commenti all’articolo di Sarah Lloyd, nella traduzione italiana a cura di Antonio Tombolini, che potete scaricare qui.
I dati del rapporto del National Endowment for the Arts “To Read or Not to Read” del 2007 hanno allarmato molti intellettuali americani, con i suoi dati sul crollo della lettura di materiale stampato da parte delle giovani generazioni. Sono anche il punto di partenza di un buon libro sull’argomento, “Print is Dead” di J. Gomez.
Il punto è proprio nell’aggettivo “stampato”, è abbastanza evidente, infatti, che i nativi digitali, ma anche parte degli immigrati digitali, leggono sempre più online e sempre meno i libri tradizionali. Anche i primi risultati di una ricerca, non ancora pubblicati, che sto seguendo per l’Università di Milano Bicocca, con l’osservatorio NumediaBios, lo confermano.
L’economia dell’attenzione è sempre più competitiva, gli editori di libri cartacei devono adeguarsi ed offrire contenuti digitali, nelle forme e nei modi più consoni alle modalità di fruizione delle generazioni più giovani. Questo è il punto di partenza delle considerazioni del manifesto, che condivido pienamente.
In fondo : “Ammettiamolo: per la maggior parte degli studenti c’è già Google, che bisogno c’è dei libri? Ancora più direttamente: che bisogno c’è degli editori?”. Il fenomeno del self publishing “a la Lulu” sembrerebbe legittimare anche la seconda domanda: vedremo come entrambe, a mio parere, sono da considerarsi come delle provocazione, o per dirla con un bel termine inglese “thought provoking”.
Alla prima domanda: “Che bisogno c’è dei libri?” ha già risposto Google con il suo Google Books. I contenuti dell’editoria libraria cartacea sono un deposito sterminato di esche per attirare l’attenzione, e quindi i click dei visitatori, ed i conseguenti introiti pubblicitari. I libri cartacei, anche solo banalmente trasformati in digitale, senza sfruttare a pieno le caratteristiche della digitalizzazione e della rete, sono una fonte potenziale di ricchezza.
Non mi addentro qui, per questioni di lunghezza e complessità, sull’utilità del libro cartaceo per la formazione personale e l’apprendimento.
Più difficile è capire a cosa servono gli editori, allora… i contenuti online li mette Google (o altri e comunque non solo, e anzi sopratutto, gli editori tradizionali). Gli editori servono a fare, se lo volessero, quello che avrebbero sempre dovuto fare, anche se molti, e frequentemente, se ne dimenticano. Gli editori devono SELEZIONARE i contenuti degni di essere pubblicati, CERTIFICARNE la validità e la qualità, CURARNE la forma e DIFFONDERLI nella maniera più opportuna. Peccato che moltissimi editori si facciano finanziare parte dei propri libri (o tutti…) dagli autori, venendo così meno a quella che dovrebbe essere la loro missione. Per questi editori il self publishing è davvero una minaccia: gli editori che vorranno ricordarsi della loro missione non saranno toccati da fenomeni come il self publishing.
Per gli editori che vorranno anche provare ad innovare, a sperimentare con le nuove tecnologie, il futuro può essere roseo. D’altronde gli editori dovrebbero conoscere, investigare il proprio mercato e pensare a progetti editoriali che vadano in contro ad esso, non arroccarsi sulle proprie posizioni.
“Dovremo trovare il modo di posizionare il libro nel mezzo di una rete invece che di preoccuparci di come distribuirlo alla fine di una catena.” dice la Lloyd, dovremo, insomma, pensare a dei libri digitali che sfruttino le proprietà tipiche della rete, tanto più della rete “2.0″.
Non dico niente di nuovo se indico in O’Reilly, ad esempio con il suo servizio Rough Cuts e più in generale con la “messa online” di contenuti gratuiti, o comunque con un modello “All you can eat” di sottoscrizione a pagamento per l’accesso globale ad un database di conteuti molto ampio, l’editore anglosassone che prima di altri ha capito questo meccanismo (e sennò mica creava lui il termine “web 2.0″…). E’ divertente a questo proposito il commento che si fa in questo articolo del “The Futurist“: “Give more product away on your Web site, thereby attracting more people to sell on something pricier than a book— like a bunch of books or a conference ticket. The approach works for him at least. Some 900 publishing execs from Simon and Schuster, Norton, etc., have paid $1,100 apiece (on average) to learn how to give content away.”
Il progetto del “networked book” dell’Institute for the Future of the Book si inserisce in questo contesto.
In estrema sintesi sembra che sia arrivato il momento in cui gli editori dovranno per forza fare i conti con l’innovazione tecnologica (a partire, e parlo degli editori italiani, delle tecnologie di print on demand) e pensare come il libro possa evolversi per adattarsi alla rete. I teorici dei media, McLuhan in testa, ci hanno insegnato che il vecchio media, nell’incontro con il nuovo, si modifica: il libro, per continuare ad esistere, deve compiere questo tragitto. L’editoria libraria cartacea, un sistema secolare, deve accellerare i ritmi dell’innovazione. La rete va rapida, l’editoria libraria deve cercare di tenere il passo: se così non fosse la dedica/monito di Antonio Tombolini: “Agli editori italiani che fra cinque anni esisteranno ancora” diverrà realtà….