Archivio di Luglio, 2008

E-learning senza Learning Object: un approccio per attività di apprendimento07.28.08

a cura di Giovanni Marconato
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Pubblicato in e-learning
Questo contributo, parte di un libro di prossima pubblicazione per Erickson, dal titolo “Usi didattici delle tecnologie: quale stato dell’arte?” affronta un tema interessante per i progettisti di corsi di e-learning e spiega un approccio eterodosso alla creazione dei materiali per i corsi stessi, quello per unità di apprendimento. Come spiega la sintesi dell’autore: “Gli usi prevalenti delle tecnologie digitali nella didattica, noti come e-learning, non hanno portato ai risultati annunciati a causa di approcci concepiti con scarsa consapevolezza delle implicazioni di ogni processo di apprendimento, con o senza le tecnologie, e per una altrettanto scarsa consapevolezza delle opportunità offerte ai sistemi educativi dalle tecnologie Le iperboli che hanno caratterizzato le fasi primitive della didattica con le tecnologie digitali stanno lasciando il posto a concettualizzazioni più solide in quanto guidate dal processo di apprendimento e fondate sulla pedagogia e sulla didattica e non sulla tecnologia. Stanno, così, emergendo solidi modelli didattici che potranno migliorare l’esperienza di apprendimento. L’autore, dopo aver evidenziato all’interno della letteratura alcuni concetti, di matrice costruttivista, che allo stesso sembrano utili per informare nuove pratiche didattiche in cui sono integrate le tecnologie, descrive l’approccio “attività di apprendimento” focalizzato su di una sequenza di “attività” che chi apprende è invitato a svolgere utilizzano le risorse presenti nell’ambiente di apprendimento. L’organizzazione delle attività deriva dalla task-analysis del compito professionale oggetto dell’apprendimento. Il paper si conclude con l’esemplificazione di come l’approccio proposto ed il relativo ambiente di apprendimento possano essere implementati in modo minimalista utilizzano Moodle.”

L’articolo è scaricabile a questo indirizzo, grazie al servizio Scribd

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Second Life e gli altri07.21.08

a cura di Paolo Ferri
formato elettronico - Pdf

Pubblicato in web studies

Second Life è passata di moda? Forse la hype sta passando, il fenomeno è comunque interessante. Per approfondirne le dinamiche segnaliamo questo articolo di Paolo Ferri, scaricabile qui.

Oggi esiste un nuovo spazio all’interno del quale la  soggettività può vivere e comunicare si tratta dello spazio virtuale di Internet, ma la rete oggi dopo la prima rivoluzione del 1993 che ha dato origine al Web 1.0 è molto diversa. L’internet della banda larga e del web 2.0  è oggi un luogo sociale dell’abitare ed è sempre di più una rete sociale, popolata di mondi virtuali in due o tre dimensioni all’interno dei quali interagire, comunicare e lavorare e sopratutto rappresentare il proprio sé (Di Bari 2008, Carr, 2008,  Tapscott, Williams,  2007).  Anche a questo servono i mondi virtuali in tre dimensioni: sono ambienti virtuali simulati al computer  dove il “visitatore” naviga attraverso un icona  virtuale di sé (avatar)  che  si muove e interagisce con l’ambiente virtuale. Il se virtuale dell’utente può manipolare  o creare oggetti o entrare  in relazione con altri avatar, si genera in questo modo un ambiente condiviso di telepresenza simulata. Questi mondi possono essere simili al mondo reale o essere costruiti sulla base di leggi “fisiche” e ambientazioni del tutto fantastiche ed immaginarie. Molti di questi mondi mescolano leggi “naturali” e leggi fantastiche. Ad esempio in Second Life esiste la gravità ma le persone possono volare da un posto all’altro  la geografia è simile a quella terrestre ma gli avatar possono muoversi attraverso il teletrasporto. La comunicazione tra gli utenti può avvenire in molti modi mediante testo, icone grafiche, gestualità virtuale, suoni, ma raramente sono attivabili come il tatto o mai l’olfatto. Molto spesso in particolare nei giochi on-line ma anche in Second Life è possibile attivare “modalità” di comunicazione e azione in tempo reale ad esempio utilizzare la web cam per il video e la Voice over IP per chiacchierare.

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Il Manifesto dell’Editore del XXI secolo - Alcuni Commenti07.07.08

a cura di Nicola Cavalli
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Pubblicato in editoria multimediale

Posto qui di seguito alcuni commenti all’articolo di Sarah Lloyd, nella traduzione italiana a cura di Antonio Tombolini, che potete scaricare qui.

I dati del rapporto del National Endowment for the Arts “To Read or Not to Read” del 2007 hanno allarmato molti intellettuali americani, con i suoi dati sul crollo della lettura di materiale stampato da parte delle giovani generazioni. Sono anche il punto di partenza di un buon libro sull’argomento, “Print is Dead” di J. Gomez.
Il punto è proprio nell’aggettivo “stampato”, è abbastanza evidente, infatti, che i nativi digitali, ma anche parte degli immigrati digitali, leggono sempre più online e sempre meno i libri tradizionali. Anche i primi risultati di una ricerca, non ancora pubblicati, che sto seguendo per l’Università di Milano Bicocca, con l’osservatorio NumediaBios, lo confermano.
L’economia dell’attenzione è sempre più competitiva, gli editori di libri cartacei devono adeguarsi ed offrire contenuti digitali, nelle forme e nei modi più consoni alle modalità di fruizione delle generazioni più giovani. Questo è il punto di partenza delle considerazioni del manifesto, che condivido pienamente.
In fondo : “Ammettiamolo: per la maggior parte degli studenti c’è già Google, che bisogno c’è dei libri? Ancora più direttamente: che bisogno c’è degli editori?”. Il fenomeno del self publishing “a la Lulu” sembrerebbe legittimare anche la seconda domanda: vedremo come entrambe, a mio parere, sono da considerarsi come delle provocazione, o per dirla con un bel termine inglese “thought provoking”.
Alla prima domanda: “Che bisogno c’è dei libri?” ha già risposto Google con il suo Google Books. I contenuti dell’editoria libraria cartacea sono un deposito sterminato di esche per attirare l’attenzione, e quindi i click dei visitatori, ed i conseguenti introiti pubblicitari. I libri cartacei, anche solo banalmente trasformati in digitale, senza sfruttare a pieno le caratteristiche della digitalizzazione e della rete, sono una fonte potenziale di ricchezza.
Non mi addentro qui, per questioni di lunghezza e complessità, sull’utilità del libro cartaceo per la formazione personale e l’apprendimento.
Più difficile è capire a cosa servono gli editori, allora… i contenuti online li mette Google (o altri e comunque non solo, e anzi sopratutto, gli editori tradizionali). Gli editori servono a fare, se lo volessero, quello che avrebbero sempre dovuto fare, anche se molti, e frequentemente, se ne dimenticano. Gli editori devono SELEZIONARE i contenuti degni di essere pubblicati, CERTIFICARNE la validità e la qualità, CURARNE la forma e DIFFONDERLI nella maniera più opportuna. Peccato che moltissimi editori si facciano finanziare parte dei propri libri (o tutti…) dagli autori, venendo così meno a quella che dovrebbe essere la loro missione. Per questi editori il self publishing è davvero una minaccia: gli editori che vorranno ricordarsi della loro missione non saranno toccati da fenomeni come il self publishing.
Per gli editori che vorranno anche provare ad innovare, a sperimentare con le nuove tecnologie, il futuro può essere roseo. D’altronde gli editori dovrebbero conoscere, investigare il proprio mercato e pensare a progetti editoriali che vadano in contro ad esso, non arroccarsi sulle proprie posizioni.
“Dovremo trovare il modo di posizionare il libro nel mezzo di una rete invece che di preoccuparci di come distribuirlo alla fine di una catena.” dice la Lloyd, dovremo, insomma, pensare a dei libri digitali che sfruttino le proprietà tipiche della rete, tanto più della rete “2.0″.
Non dico niente di nuovo se indico in O’Reilly, ad esempio con il suo servizio Rough Cuts e più in generale con la “messa online” di contenuti gratuiti, o comunque con un modello “All you can eat” di sottoscrizione a pagamento per l’accesso globale ad un database di conteuti molto ampio, l’editore anglosassone che prima di altri ha capito questo meccanismo (e sennò mica creava lui il termine “web 2.0″…). E’ divertente a questo proposito il commento che si fa in questo articolo del “The Futurist“: “Give more product away on your Web site, thereby attracting more people to sell on something pricier than a book— like a bunch of books or a conference ticket. The approach works for him at least. Some 900 publishing execs from Simon and Schuster, Norton, etc., have paid $1,100 apiece (on average) to learn how to give content away.”
Il progetto del “networked book” dell’Institute for the Future of the Book si inserisce in questo contesto.

In estrema sintesi sembra che sia arrivato il momento in cui gli editori dovranno per forza fare i conti con l’innovazione tecnologica (a partire, e parlo degli editori italiani, delle tecnologie di print on demand) e pensare come il libro possa evolversi per adattarsi alla rete. I teorici dei media, McLuhan in testa, ci hanno insegnato che il vecchio media, nell’incontro con il nuovo, si modifica: il libro, per continuare ad esistere, deve compiere questo tragitto. L’editoria libraria cartacea, un sistema secolare, deve accellerare i ritmi dell’innovazione. La rete va rapida, l’editoria libraria deve cercare di tenere il passo: se così non fosse la dedica/monito di Antonio Tombolini: “Agli editori italiani che fra cinque anni esisteranno ancora” diverrà realtà….

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Atenei virtuali in Italia un’altra occasione mancata? Molti mercanti ed alcune iniziative serie: indicazioni per rimanere al passo con l’europa07.03.08

a cura di Paolo Ferri
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Segnaliamo questo articolo di Paolo Ferri, sullo stato dell’E-Learning in Italia. Se: “…. Il ritmo di crescita dell’innovazione in tutti i settori della ricerca e della società impone, infatti, una riqualificazione continua delle persone, che in tutti i paesi sviluppati tende sempre di più ad essere erogata mediante strumenti legati alle comunicazioni ditali (Salomon, 2002, Ferri, 2005). Un settore tanto più importante dal momento che l’Italia non ha intrapreso in questi anni serie iniziative nel settore della formazione continua e del long life learning, un elemento di vantaggio sempre più rilevante all’interno della competizione per l’innovazione nelle società informazionali (Castells, Innanem, 2006). A causa di un gap culturale rilevante dei decisori politici, in questo come in altri campi l’Italia si è mossa molto in ritardo, un ritardo più che decennale, rispetto a ciò che accadeva negli altri stati europei. Un ritardo singolarmente rilevante dal momento che, dal punto di vista legislativo, le prime indicazioni per lo sviluppo di queste iniziative sono contenute nella legge del (sic!) 19 novembre 1990 sull’autonomia universitaria e il riordino degli ordinamenti didattici. ”

La situazione italiana non sembra quindi rosea, l’articolo la analizza in profondità ed è quindi una lettura consigliata a tutti coloro che si occupano di tecnologie ed educazione in Italia.

Per leggere l’articolo completo, andate qui

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