Intervista a Sherry Turkle • 11.19.09
Copiamo qui la trascrizione dell’intervista apparsa su ALIAS de Il Manifesto, a cura di Nicola Bruno. L’intervista era in parte relativa al ns ultimo libro della nota studiosa del MIT “La vita nascosta degli oggetti tecnologici”.
“La vita nascosta degli oggetti tecnologici” (Editore Ledizioni, 22 euro) è il titolo dell’ultimo libro di Sherry Turkle pubblicato in Italia. Conosciuta come «l’antropologa del cyberspazio», l’autrice è stata una delle prime studiose ad indagare come la «vita sullo schermo» (titolo del suo saggio più celebre) trasforma le nostre identità. Anche nel suo ultimo lavoro, Turkle ci parla dei rapporti viscerali (e spesso patologici) che gli utenti sviluppano con cellulari, video-poker, internet e videogiochi. E suggerisce terapie alternative alle cliniche per la net-dipendenza.
Cosa pensa dei programmi di recupero per la “dipendenza» da internet?
Non amo molto il termine dipendenza. Credo che prima di ricorrere a questa parola dovremmo porci altre domande: cosa spinge gli utenti ad utilizzare la rete in maniera compulsiva? Cosa trovano online che non riescono a trovare nel resto della loro vita? La vita sullo schermo ci dice molte cose su ciò che vogliamo, su quali siano i bisogni della vita reale. Se la si chiama semplicemente dipendenza, si rischia di non vedere questioni più profonde: il nostro comportamento online è una sorta di test della personalità, rivela chi siamo e quali sono i nostri bisogni. Spesso le persone svolgono online quelle azioni che non sono in grado di esprimere nella vita reale.
Non è daccordo quindi con la recente proposta di introdurre la dipendenza da internet nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (la bibbia dei disturbi mentali)…
Si tratta senz’altro di una decisione prematura. Si potrebbe al contrario usare la rete per scopi più costruttivi attraverso il supporto della psicoterapia. Anche perché chi trascorre gran parte della propria vita online già tende ad utilizzare la rete come strumento di auto-riflessione. E qui può arrivare l’aiuto della psicoterapia. Lo psicologo può lavorare con il paziente, andare con lui online, capire cosa cerca di esprimere. Piuttosto che demonizzare la rete, sarebbe meglio sfruttarla come strumento terapeutico, così come si fa con altre terapie espressive (arte-terapia).
A proposito del libro, è molto interessante il capitolo su Slashdot (sito di news tecnologiche, molto frequentato dai “nerd”). Lei dice che i suoi utenti spesso «capovolgono il significato sociale della dipendenza in modo da poterla accettare ». Può spiegarci meglio questo concetto?
Gli utenti di Slashdot ritengono la propria esperienza sul sito molto positiva, dal momento che permette di espandere le proprie capacità intellettuali e sociali. In alcuni casi, si tratta anche di una sorta di «apprendistato» per sviluppare capacità relazionali, oltre che per riflettere sulle rapporto tra tecnologia e società. Eppure chi trascorre molto tempo su Slashdot è anche consapevole che questa attività risucchia molte energie. E così sviluppa un concetto di dipendenza con molte virgolette intorno. E’ qualcosa di cui non sa più fare a meno, ma che viene valutato positivamente dal punto di vista personale. La dipendenza dall’eroina non ha niente a che vedere con tutto ciò.
Il libro è pieno di racconti in cui i pazienti affermano di aver sviluppato una sorta di relazione «erotica » con gli oggetti tecnologici. Da dove deriva questo potere di seduzione?
Amiamo gli oggetti tecnologici perché ci permettono di colmare le nostre vulnerabilità. Ad esempio, non siamo affatto preoccupati della privacy sui social network perché questi ci danno l’illusione di non essere mai soli, di poter essere amici con tutti senza dover per forza mettere in gioco la nostra intimità.
Crede che le tecnologie più immersive (videogame, realtà virtuali online) abbiano un potere seduttivo superiore agli altri gadget tecnologici?
I videogiochi immersivi, soprattutto quelli in cui si ha la possibilità di costruire un avatar, ci permettono di giocare con l’identità. E’ per questo che spesso parlo di questi ambienti virtuali come di «workshop per l’identità». Il timido può diventare estroverso, chi è sciatto può travestirsi da elgante. Non mi sorprende affatto, ad esempio, che su Second Life ci siano davvero pochi avatar brutti. Possiamo giocare ad essere ciò che vorremo essere. Invece di stigmatizzare queste attività, dovremmo capire come, da genitori, insegnanti e terapisti possiamo aiutare gli utenti, soprattutto i più giovani, a trarne vantaggio.
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Articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto del 14 novembre 2009
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